Quartetto per la Fine del Tempo

Quartetto per (scongiurare) la fine del Tempo

Fin da piccolo ho sentito parlare dei campi di concentramento. Mio padre mi raccontava spesso i suoi ricordi della Germania: due anni nel lager di Laatzen alla periferia di Hannover come “Kriegsgefangener”, prigioniero di guerra. Forse per questa ragione la notizia di come e dove nacque il Quatuor pour la fin du Temps mi ha così impressionato. Un misto d’incredibile e di familiare. L’immagine di quattro musicisti che suonano dietro al filo spinato si è impressa nella memoria e non non mi ha più abbandonato. Da qui è nato questo concerto-spettacolo.

 

Più ci penso e più mi sembra impossibile. Fame, paura, freddo. Come ha potuto Messiaen, in simili condizioni, comporre una musica così sublime? È come se in quel momento la realtà avesse superato la fantasia. Nel bene e nel male. Per un laico come me il Quatuor pour la fin du Temps è la prova di un miracolo. Mi vengono in mente le parole di un altro compositore, Viktor Ullmann, assassinato ad Auschwitz: “Non siamo in alcun modo nati per piangere sulle rive della acque di Babilonia, ma il nostro dovere per servire rispettosamente le arti è proporzionale alla nostra volontà di vivere, nonostante tutto.” E’ proprio questa fede nella vita nonostante tutto che collega il Quatuor pour la fin du Temps ai testi dello spettacolo, al di là ovviamente del luogo che li ha ispirati. Tre testimonianze che indicano altrettante vie di salvezza: la poesia (Jorge Semprun, sopravvissuto a Buchenwald), l’amore (Luigi Pagliarani), la bontà (Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz). E ancora ad Auschwitz si richiama esplicitamente l’altra composizione di questo concerto-spettacolo: Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz di Luigi Nono, nata dalle musiche di scena per un testo teatrale di Peter Weiss, Die Ermittlung  (una sorta di inchiesta basata sugli atti del processo di Francoforte in cui l’autore smaschera le connivenze tra l’industria delle armi e l’industria dello sterminio). Messiaen e Nono: due visioni opposte e complementari dell’Apocalisse. Paradiso e Inferno, estasi e catastrofe. Un contrasto che qui si acuisce ulteriormente per la contrapposizione fra musica dal vivo, suonata da musicisti in carne e ossa, e musica elettronica, diffusa da altoparlanti. Due fronti d’ascolto. Attraverso gli altoparlanti giungono anche altri suoni, quelli, creati appositamente per questo concerto-spettacolo, dei montaggi sonori. Brevi composizioni  di “musique concrète” in cui i rumori della guerra si mescolano a vari materiali d’archivio nel tentativo di ricreare il paesaggio sonoro ed emotivo di quel periodo, ubbidendo più a criteri di drammaturgia musicale che di fedeltà filologica.

 

Eccoci dunque nel campo di concentramento di Görlitz, non lontano da Dresda e dalla Cecoslovacchia, nell’inverno del 1941. Quando pochi mesi prima, nel giugno del 1940, il  soldato Olivier Messiaen, allora trentaduenne e già organista alla Trinité di Parigi, viene catturato nei pressi di Nancy, i soldati tedeschi trovano nel suo pesantissimo sacco militare un’intera biblioteca musicale: varie partiture fra cui i Concerti brandeburghesi!  Imperscrutabili disegni del destino: proprio a Görlitz , più di due secoli prima aveva lavorato Johann Sebastian Bach.

 

Mario Pagliarani

Cartolina

 

 

 



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